Η ΄Ανοιξη βομβαρδισμένη
απ' τα έγχρωμα κουνούπια του Demerara
.

Ο ΄Ηλιος διαβάζει ποιητικά

περιττώματα στη Σόλωνος


Οι διανόηση χειροκροτεί

υποτακτικές κυβερνήσεις

και


η ποιητική νομενκλατούρα
θ' αποφανθεί :

Διογένη Γαλήνη
δεν είσαι ποιητής

21.05.2012

Κυριακή, 25 Μαρτίου 2012

Fernando Pessoa : Un baule pieno di gente - L'opera letteraria di Fernando Pessoa


Fernando Pessoa. Un baule pieno di gente, una sola moltitudine.
A Lisbona, nel Monastero dei Jeronimos, c’è una stele infissa sul terreno: qui, insieme a tre dei suoi eteronimi - Alberto Caeiro, Ricardo Reis, Alvaro de Campos - dorme Fernando Pessoa insieme agli "altri nomi", le persone fittizie cui egli diede vita perché potessero rappresentare, in frammenti, la sua personalità complessa e inquieta, il peso intollerabile del proprio io. "Ho messo in Caeiro tutta la mia forza di personalizzazione drammatica, ho messo in Ricardo Reis tutta la mia disciplina mentale, vestita della musica che le è propria, ho messo in de Campos tutta l’emozione che non ho dato né a me né alla mia vita", dirà infatti, confessando il proprio io diviso ma pregno di immaginazione, dimora di sogni , di visioni e di finzione "vera".
Di recente ripubblicato dal Corriere della Sera, il volume "Poesie" contiene i versi di Fernando Pessoa ortonimo, "Messaggi", e quelli degli eteronimi maggiori (Bernardo Soares, autore del Libro dell’Inquietudine è considerato da critici e studiosi, tra cui Luciana Stegagno Picchio e Antonio Tabucchi, un semi-eteronimo); fortemente evocativi, arcani e metafisici ("Gli spigoli mi fissano. / Realmente sorridono le pareti levigate"), sono " Messaggi", che attingono al mondo dell’infanzia, al mito d’un mondo non perduto perché non avuto, alla solitudine d’un bambino orfano di padre, che a soli sette anni inventò per sé un amico immaginario a cui scrivere. Dal contrasto tra vita e sogno (..."vedere le forme invisibili / della distanza imprecisa e, con sensibili / movimenti della speranza e della volontà, / cercare sulla linea fredda dell’orizzonte / l’albero, la spiaggia, il fiore, l’uccello, la fonte - / i baci meritati della Verità".), nasce quel desiderio di assoluto e di universo che lo rende estraneo al mondo e alla sua Lisbona, città nella quale, ritornato adolescente dal Sudafrica in cui aveva vissuto con la madre e il patrigno, apprenderà la tristezza "delle cose reali".
La sua opera letteraria e la sua stessa vita partecipano a quel progetto di "radicalizzazione" di un’esistenza "estranea", intravista e "sentita" con dolorosa alienazione ma fatta piena della multipla alterità conclamatasi nel "giorno trionfale" in cui nascono gli eteronimi. E’ l’otto marzo del 1914, Pessoa è preso da una furia improvvisa, sente molte voci dentro sé, qualcosa che ha a che fare con l’interiorità e i fenomeni mistici. Empaticamente scrive di getto, si lascia guidare dall’atto creativo che queste entità gli comandano. L’abitatore di altri da sé, di un "baule pieno di gente"rinuncia ad abitare la propria vita mentre gli eteronimi sviluppano la propria, parallelamente alla sua, e tra di loro: Alvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro (il maestro di tutti gli eteronimi, il cui numero aumenterà negli anni), sono le "persone" dietro le quali si scherma Pessoa (cognome che in italiano si traduce, appunto, in "persona").
Se essere persona indivisibile è il cruccio del poeta, vivere in altre individualità in qualche modo lo pone al riparo dei rischi della vita. Del resto, la finzione necessaria riguarda anche il letterato: Il panico dell’esistenza è così distribuito in ciascun eteronimo, ognuno ha una storia personale, una professione, un proprio stile letterario, è senza famiglia, senza un amore, come la matrice che li ha concepiti: "Mi sono moltiplicato per non sentirmi, per sentirmi ho dovuto sentire tutto, sono straripato, non ho fatto altro che traboccarmi..."; " Non so chi sono, che anima ho. Quando parlo con sincerità non so con quale sincerità parlo. Sono variamente altro da un io che non so se esiste (o se è quello degli altri)"; "Mi sento multiplo. Sono come una stanza dagli innumerevoli specchi fantastici che distorcono in riflessi falsi un’unica anteriore realtà che non è in nessuno ed è in tutti"(da: Una sola moltitudine). Confessa che l’origine mentale degli eteronimi "sta nella mia tendenza organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione" con cui esprime il sentimento panico dell’io: "Piove. E’ silenzio / poiché la stessa pioggia fa rumore, ma con tranquillità. / Piove. Il cielo dorme. Quando l’anima è vedova / di quel che non sa (....) // Piove. Non viene voglia di nulla. // Non alita vento, non v’è cielo ch’io senta. / Piove lontano e indistintamente, / come una cosa certa che a noi menta, / (...) / Piove. Nulla in me sente....".
Oppure: " Ma sempre estraneo, sempre penetrando / la più riposta essenza della mia vita, / l’ombra dentro di me vado cercando", a ripetere un antico sortilegio, un’alchimia di cui si vorrebbe conoscere la formula : " Mi torni la mia ultima magia / di me nel simulacro in corpo vivo! / Muoia chi sono; chi mi feci ed ero, /anonima presenza che si bacia, / carne d’astratto amore mio recluso, / sia la morte di me dove rivivo...".(da: L’ultimo sortilegio). Non meno complessi i "Poemi completi" di Alberto Caeiro da Silva, poeta panteista. Ne "Il guardiano di greggi"( "Il gregge è i miei pensieri ", dice il secondo verso), Pessoa è in trasparenza ma, ossimoricamente, in trasparenza evidente, quando Caeiro scrive: "Andate, andate via da me! / Passa l’albero e rimane disperso per la Natura. / Appassisce il fiore e la sua polvere dura sempre. / Scorre il fiume e sfocia nel mare e la sua acqua è / sempre quella che è stata sua. // Passo e resto, come l’Universo". Ancora l’ossimoro della "finzione vera", qui dato per "verità falsa"che solo l’atto di alzarsi, elevarsi, può rivelare:" Quando si è alzato dal declivio e dalla verità falsa, ha / visto tutto: / le grandi valli piene degli stessi verdi di sempre, / le grandi montagne lontano, / più reali di qualunque / sentimento, / la realtà tutta, con il cielo e l’aria".
Un ecclesiaste bucolico del primo Novecento: così Ricardo Reis nelle sue "Odi"; un vento mistico ne pervade i versi, vento che appartiene alla vanità del mondo, al suono del tempo. Di impianto classico, a partire dal titolo, i versi di Reis echeggiano il poeta Orazio: "...la natura di questo giorno calmo / poco rapisce al mio senso / del tempo che dilegua", oppure " E il nome inutile / che il tuo corpo morto / ha usato / vivo, sulla terra, come un’anima, / non si rammenta. L’ode un sorriso / anonimo registra".
E ancora: "Sugli alti rami d’alberi frondosi / il vento fa un rumore freddo e alto / In questa selva perso, in questo suono, / medito solitario. // Così nel mondo, in cima a quel che sento, / un vento fa la vita, e lascia, e prende, / e nulla ha senso - neppure l’anima /con cui da solo penso". Ma con Alvaro de Campos, alto, elegante ingegnere metafisico, torna prepotente il motivo della nostalgia dell’infanzia, non un ritorno della memoria a un tempo più o meno fittizio, piuttosto alla immemorabilità di questo, poiché l’infanzia "è anteriore allo stadio in cui si organizzano i ricordi razionali " (da: A. Tabucchi. Un baule pieno di gente). Le "Poesie" di de Campos sono colme di stanchezza e nostalgia. Con le parole di lui Pessoa scrive, nel 1926, "Lisbona rivisitata", poemetto del quale si riportano alcuni versi: " Nulla mi lega a nulla. / (...) / Anelo con un’angoscia di fame di carne / quel che non so che sia - (...) / Mi sono svegliato alla stessa vita a cui m’ero / addormentato. / Perfino i miei eserciti sognati hanno patito sconfitta. / Perfino i miei sogni si sono sentiti falsi all’essere sognati". De Campos esprime il rovello dell’intelligenza speculativa, il dubbio se abbandonarla per giungere alla grande pace, al silenzio dell’atarassia. Il sonno, infine, la breve non esistenza "Alla fine di ciò che tutto sembra essere... / questo piccolo universo provinciale tra gli astri, / questo paesino dello spazio, / (...) / persino dello / spazio totale".
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